Quando la sola volontà non basta: il caso di F. atleta professionista.

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Si dice spesso, a ragione, che la volontà rappresenta la prima, importante spinta ad intraprendere un gesto, un’azione, un percorso o un cambiamento. Tale pensiero ha valore fino a quando ci si accorge che, a volte, nonostante una forte volontà e decisione, poi ci si ritrova a ripetere comportamenti e gesti ai quali si voleva far fronte. Questo accade perché, appunto, la volontà è importante, ma da sola spesso non basta e necessita di uno strumento, un supporto o una visione alternativa (e magari professionale) della realtà che si vuole cambiare.
In ambito sportivo la cosa ovviamente non fa eccezione.
Molti atleti, rendendosi conto che alcuni aspetti del proprio approccio all’attività praticata non li soddisfano o addirittura li ostacolano, pur presentando una forte spinta motivazionale al miglioramento, poi, in gara, si ritrovano a vivere le sensazioni e le situazioni che li pongono in difficoltà.
È il caso di F. (iniziale fittizia per preservare la privacy) atleta professionista della massima serie di pallacanestro, che dopo diversi tentativi di migliorare la propria situazione dal punto di vista sportivo, ha deciso di rivolgersi a chi poteva fornirgli un supporto professionale nell’affrontare determinati punti critici.
F. si presenta come un ragazzo spinto da una forte motivazione al miglioramento ed al lavoro su se stesso. Gioca in serie A da alcuni anni avendo militato in diverse squadre italiane nel ruolo di playmaker. Nonostante i buoni risultati ottenuti a livello personale, entrando anche nel giro della nazionale maggiore, da un pò di tempo trova difficoltà a mantenere costante il livello di prestazione e afferma di essere suscettibile all’influenza delle sensazioni negative che compromettono le prestazioni. Quando, a suo dire, le cose non vanno, il suo gioco non è fluido, non riesce a tirare con naturalezza e si sente bloccato. Di più, in controtendenza al suo ruolo, che prevede una forte presa di responsabilità e capacità decisionale, durante la gara è costretto a sforzarsi a “farsi vedere dai compagni” e ad essere al centro del gioco perché tenderebbe un pò a nascondersi. Mentre razionalmente la testa gli dice una cosa, emotivamente ed istintualmente, in gara, non gli viene facile e naturale avere l’aggressività e l’atteggiamento mentale più opportuno. Conseguentemente anche con il coach il rapporto si è un pò incrinato in quanto non viene più considerato un punto di riferimento similmente a quanto già accaduto qualche anno prima quando, in un’altra società, lo avevano “scaricato” a metà stagione definendolo un giocatore non all’altezza.
Tale situazione ha fatto scaturire tutta una serie di insicurezze ulteriori che si sono sviluppate a catena e che, nonostante una forte motivazione, lo hanno allontanato dai suoi obiettivi.
Nonostante tali difficoltà, F. manifesta una sufficiente autostima e consapevolezza delle proprie abilità tecniche e personali, riconoscendo di aver fato diversi passi in avanti fino a quel punto. Tuttavia risulta troppo suscettibile dal giudizio esterno, sia del pubblico che del coach, e la responsabilità di “dover” mostrare quanto vale e non deludere i compagni, l’allenatore e la società, gli sviluppa un senso di latente  inadeguatezza che la sola motivazione a “fare meglio” non basta.
A tal proposito la sua tendenza a parlare spesso di statistiche e risultati, che dicono certamente molto ma sicuramente non tutto, manifesta un modo per trovare sicurezza in qualcosa di tangibile e, in qualche modo, indiscutibile, ma troppo legato al risultato piuttosto che alla prestazione. Si tratta di un’atleta con talento, con una forte etica del lavoro, preciso e puntuale, ma che ha bisogno di lavorare sulla propria self confidence e sulla percezione della propria efficacia in ogni situazione ambientale e personale.
L’autostima si incrementa facendo sperimentare alla persona in questione quanto è brava in quello che fa e ciò lo si ottiene attraverso piccoli passi per il raggiungimento di obiettivi sempre più impegnativi.
Nel caso in questione, un aspetto dal quale partire con F. è stato il ridimensionare gli obiettivi, in modo da lavorare per step successivi ed in fine giungere a quelli da lui espressi. F. si sentiva molto efficace e motivato in allenamento e molto meno in gara, manifestando una sorta di ansia da prestazione che ne riduceva in maniera significativa il rendimento e generava tutta una serie di reazioni a livello psicofisico che si facevano sentire già sul cubo dei cambi quando, cioè, era in procinto di entrare in campo.
Il conseguente nascondersi in gara ed evitare di prendersi responsabilità, ci ha portato a lavorare sull’autoconsapevolezza e sulla sintonia tra le proprie azioni ed i propri pensieri ed emozioni. L’essere consapevole dei propri punti di forza in modo da poter fare leva su di essi per ribaltare ogni situazione avversa, sentirsi sicuro, confortato nonché reattivo emotivamente.
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